Fruit Butter

Sono conserve fatte attraverso le tappe descritte qui, ed hanno una consistenza morbida, da qui il nome. L’utilizzo è simile a quello delle confetture/marmellate (ussignùr con queste nuove terminologie, stupidamente introdotte, si sono perse le  precedenti differenziazioni)  ma la loro durata è nettamente inferiore rispetto a queste conserve, per via del quantitativo di zucchero aggiunto.
Si parla infatti di 50-77% di zucchero rispetto alla polpa, e la loro conservazione non supera rispettivamente i tre-sei mesi.
Meglio farne piccole provviste e in vasetti di dimensioni opportune.
Sono ottimi spalmati sul pane, o pane e burro, serviti con gli scones e panna, o come ripieno per dolci, in particolare quelli a base di pan di Spagna o torte di vario tipo.

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©claudia cadoni 2014

Fruit Cheese

Sono conserve fatte attraverso le tappe descritte qui, ed hanno una consistenza tale da poter essere, se invasate in appositi contenitori, o in graziosi stampi, a essere sformate e servite in tavola come formaggi (cheese) . Nel senso di essere tagliabili a fette o a spicchi.
La polpa di frutta, addizionata di zucchero, come nelle note comuni è descritto, e di spezie o erbe profumate, viene fatta restringere fino a quando un cucchiaio, passato sul fondo del recipiente di cottura. vi lascerà la sua traccia in modo definito.
Si devono usare contenitori svasati, o stampi come detto sopra, a imboccatura larga, che devono essere cosparsi di un poco di olio di mandorle dolci, o di altro olio inodore. o di glicerina prima del riempimento, a caldo, con le stesse modalità delle confetture.
Devono stagionare, in luogo fresco, scuro e secco, almeno sei mesi prima del consumo (nei vasi possono durare fino a due anni, migliorando sempre di più nel tempo.

Solitamente questi cheese vengono serviti con carne, pollame – spesso affumicati – dolci, formaggi freschi. Io li trovo ottimi, per esempio, con la ricotta, o con lo yogurt denso (o meno denso).
(ne ho fatti diversi con le cotogne, aromatizzati con rosmarino, oppure con anice stellato. Le associazioni saranno il vostro divertimento. naturalmente.)

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©claudia cadoni 2014

Fruit (Butter Cheese Paste) Note comuni

La conservatrice ammodino, appassionata di gelée, curatrice di quest’opera enciclopedica, l’Almagesto delle Conserve Ammodino, è biellese di nascita e poiché nui ‘d Bièla siamo un pochetto genovesi e/o scozzesi e nonsibuttavianiente, ecco che si è interessata al recupero di ciò che resta nell’étamine, stamigna, ovvero jelly bag, ovvero telo da casaro (doppio) usato per filtrare il succo ottenuto dalla polpa della frutta, che lentamente cola in recipiente adatto e sarà in seguito, una volta decantato, usato per mirabili, diafane gelée, gelatine, jelly.
Per questo motivo, per quella polpa, visto che a una conservatrice, sia pure ammodino, le composte di frutta fan tanto ospedalino, ancorché speziate o imbriacate come si vuole, l’attenzione è andata a queste preparazioni: Fruit Butter, Fruit Cheese, Fruit Paste.

Che in comune, se preparate ad hoc (*), hanno queste caratteristiche:

1) la frutta viene fatta sobbollire dolcemente in acqua fino a quando si sia ammorbidita e sia idratata per bene

2) la frutta, una volta cotta, viene passata attraverso un setaccio, di nylon o acciaio inox (o, in certi casi al passaverdura, disco solitamente a fori più fini), bucce, semi e, se agrumi, membrane, saranno i residui dell’operazione, e tra l’altro possono ancora servire, avvolti in un lino a mo’ di fagotto, e chiusi con spago da cucina, come fonte di pectina in altre conserve, purché di immediata realizzazione.

3) la polpa viene pesata e addizionata di opportune quantità di zucchero

4) sciolto con cura , e a fiamma dolce, lo zucchero (meglio se preventivamente riscaldato, nel forno a non più di una cinquantina di gradi), si porta rapidamente a bollore il composto e a fuoco forte si porta il tutto alla consistenza desiderata, invasando a caldo in vasi sterili, caldi ecc..

(*) diverso è il caso se si riutilizza ciò che resta dalla produzione del succo per le gelée, succo che si ottiene procedendo come al punto 1), evitando di mescolare per non intorbidire il liquido, e filtrando la frutta cotta attraverso teli idonei (fatti preventivamente bollire e ben strizzati), raccogliendone la colatura, senza comprimere la frutta, senza strizzare il telo, in un recipiente non metallico e lasciandola depositare tutta una notte in un luogo fresco. Quel che resta nel telo può appunto servire, passato al setaccio, per farne composte, oppure Fruit butter, cheese, paste.

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©claudia cadoni 2014

Maiale affumicato, marmellata di arance amare, crostini al Topfen, radicchio di Verona all’aceto tradizionale

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Che bontà abbrustolire sulla ghisa fette della baguette di ieri, grazie Isa!, spalmarci un po’di Topfen magro e macinarci su del sale col peperoncino, rianimare il carré di maiale affumicato, Kaiserfleisch, nella gallica cocotte con del Cognac e vino bianco, e alloro, tagliare grossolanamente il croccante radicchio di Verona e condirlo con olio verdissimo delle colline vittoriesi, sale di Cervia e aceto tradizionale, sontuoso regalo di una cara amica (grazie Cinzia!) , che terrorizza quei poverini dell’Acetaia del Cristo tutte le volte che ordina quaicòss!
E il tocco finale di una marmellata di arance amare, con frutta di Arance da gustare (grazie, Nadia, per questi tuoi agrumi!) in parte fatta con la pentola a pressione, ci sta sontuosamente, e non solo per fotogenia!
Peccato siano in maturazione i cigarillos di scorza di arancia, brevemente candita!
(e che ci abbiamo bevuto sopra? Ma della birra Pustertaler Freiheit, fatta a due passi da qui a Niederdorf, Villabassa natuerlich! :-DDDD

©claudia cadoni 2014

Baguette Kayser (100% Pain) con tecnica di piegatura Hamelman durante lievitazione

Baguette Monge

Non sono una fan sfegatata del lievito naturale, a meno che non sia indispensabile per lavorare con qualche cereale che lo richieda. Ma poiché molto mi ha interessato il lievito liquido di Eric Kayser, di cui ho provato la prima ricetta, il Pain aux lardons, e di cui non mi hanno soddisfatto né alveolatura, né crosta, ecco ho pensato di adeguare la ricetta, questa volta dell’impasto di una semplice baguette (la baguette Monge) alla tecnica dello Stretch & Fold, impartita nella stessa ciotola di lievitazione.

Ho rinfrescato il lievito liquido di Eric Kayser rimettendolo nel ciotolone in legno naturale in cui era venuto alla luce, aggiungendo metà del suo peso suddiviso in metà acqua e metà farina, prima ben miscelate ed arieggiate con la frusta in altro recipiente. Naturalmente se voi l’avete appena approntato, questo lievito, lo utilizzerete così com’è.

Ho lasciato maturare tutta notte il lievito nel forno spento, a luce spia accesa, coperto con un asciugapiatti bagnato e strizzato.

Per questa volta, dopo un esperimento insoddisfacente, ho lasciato il livello di idratazione invariato, seguendo i quantitativi della ricetta di Kayser ma utilizzando del lievito liofilizzato attivo (Mastro Fornaio) in luogo del lievito di birra originariamente impiegato, grosso modo nella proporzione 1:3, ovvero 1 parte di lievito liofilizzato attivo su 3 di lievito di birra compresso fresco.

Questi gli ingredienti:

Farina 500 gr. (io ho usato Rieper etichetta gialla 350 gr. e 150 gr. Rieper etichetta blu)

Acqua 270 gr., a temperatura ambiente, 20° C.

Lievito liquido 100 gr. (il resto l’ho messo in frigo, nella parte meno fredda, la più alta)

Lievito istantaneo attivo ½ metric tsp (ho visto che ci siamo, come peso) oppure 5 gr. lievito birra fresco.

Sale 10 gr., io ne ho messo 1 tbsp (misura metrica), ma voi pesatelo perché io ho controllato questa equivalenza utilizzando del sale di Cervia non fine.

La lavorazione di questo pane è variata rispetto alla ricetta originale, che potrete trovare qui, in francese, ecco come ho proceduto io, dopo un primo esperimento, effettuato seguendo Kayser, che m’è parso del tutto deludente:

Se si usa il lievito di birra fresco questo va riattivato in un po’ di quell’acqua complessivamente da utilizzare (occhio alla temperatura) fino a che formi le consuete bollicine, se si usa il lievito secco attivo questo passaggio non occorre, visto che si idraterà con la lavorazione.

Utilizzare un piccolo recipiente e diluirvi il lievito liquido nell’acqua (o in parte dell’acqua se avete usato il lievito di birra), aggiungere il lievito istantaneo attivo o la soluzione di lievito di birra fatta prima.

Nella ciotola da impasto versare la farina, setacciata, farvi un nido per accogliere i lieviti e procedere amalgamando progressivamente il tutto, aggiungendo in secondo tempo il sale.

Versare l’impasto sulla spianatoia leggermente infarinata e lavorarlo per una decina di minuti, un quarto d’ora. Io lo faccio a mano con una semplicissima tecnica di pétrissage, spero di usare questo termine in modo corretto, ruotando di un quarto di giro, ogni volta, l’impasto. Nessuna fatica, ve lo assicuro, lavoro a mano per non dover pulire, dopo, la Kitchen Aid, che non disturbo per cose così piccole e brevi.

Sciacquata la ciotola da impasto, asciugatela e oliatela leggerissimamente, anche con uno spray, e metteteci l’impasto, a palla, per la prima lievitazione, coprendo con un asciugapiatti bagnato e strizzato.

Lasciate a riposo l’impasto, a temperatura ambiente, per una ventina di minuti.0

Nella terrina stessa potreste procedere alle operazioni di Stretch & Fold, cioè:

1)     Prendete con cura, senza strappare o lacerare l’impasto, la parte di impasto più lontana da voi e tiratela verso l’alto, appoggiatela sul resto dell’impasto come se piegaste un foglio di carta in due, verso di voi (avrete il bordo del doppio strato rivolto verso di voi).

2)     Prendete con la stessa attenzione il bordo che ora è più vicino a voi e tiratelo di modo che si allunghi e portatelo a sovrapporsi al resto dell’impasto, davanti a voi, terminando il movimento nella parte più lontana da voi.

3)     Fate lo stesso lateralmente, da sinistra a destra e, poi, da destra verso sinistra.

4)     Impartite una tensione superficiale all’impasto dandogli una forma a palla  e rimettetelo nella ciotola coperta come sopra.

Lasciate riposare una quarantina di minuti

Riprendete dal punto 1 al punto 4 ruotando l’impasto di 90 gradi rispetto alla posizioe in cui l’avete lasciato e lasciate riposare ancora come prima, quaranta minuti

A vostro giudizio decidete se rifare l’operazione una terza volta (io l’ho fatto) e lasciate riposare ancora un’altra quarantina di minuti.

Formate delle boule (3), poi da esse dei bâtard, poi ancora delle baguette di lunghezza giusta per il vostro forno (io uso le teglie perforate da baguette della Birkmann, su cui faccio lievitare e cucino) e coprite con una pellicola di plastica, mollemente sovrapposta e leggermente oliata per evitare che l’impasto si attacchi.

A circa metà del processo di quest’ultima, finale lievitazione, rimuovete la pellicola di plastica e lasciate che l’impasto si asciughi leggermente.

Nel frattempo, già un po’ prima di formare i pani, accendete il forno e portatelo alla temperatura massima, e mettete una leccarda sul fondo, di modo che si arroventi.

Quando la lievitazione sia completata preparate una tazza di acqua calda, uno spruzzino caricato di acqua tiepida e impartite i caratteristici tagli obliqui ai pani, tenendo inclinato a 45 gradi lo strumento che utilizzerete (lametta, lama apposita da panettiere, coltello sottile e affilatissimo).

Infornate e immediatamente gettate l’acqua nella leccarda e chiudete alla veloce il forno: si produrrà il vapore necessario per le prime fasi di cottura.

Ogni due minuti (per i primi otto minuti di cottura) aprite velocissimamente il forno e spruzzate pani e pareti del forno, richiudendo subito.

Finito ciò, portate la temperatura a 200° C. e in un ulteriore quarto d’ora, venti minuti i pani dovrebbero essere pronti.

(Il pane cotto perfettamente risuona vuoto se percosso sul fondo)

Lasciate i pani nel forno caldo, e spento, ancora per cinque minuti, ne beneficerà la croccantezza della crosta. Sfornate e appoggiateli su gratella fino a raffreddamento.

Baguette Monge tagliata

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Non ci accomuna l'etnia. Nè la lingua araba,inglese,cecoslovacca,turca e chi più ne ha più ne metta; nè il modo differente di vestire e le innumerevoli culture.Ma c'è qualcosa che ci unisce più di tutte e che da vita ad un arcobaleno colmo di tradizioni,colori e sapori:la cucina.Che sia semplice o elaborata,in tutte le sue forme non è altro che il frutto del nostro essere.Che sia cinese,francese o italiana è la convivialità,l'amore per la tavola e la gioia di condividerla con i nostri cari a formare un unione vera e propria,che si spera,con il tempo,non scomparirà mai.

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Being passionate about food makes me roar

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Andrea Caredda

Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina. Non importa dove si trova, com’è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano.” Due frasi, due concetti che definiscono la mia filosofia di cucina. Il tutto condito poi con passione, allegria, costanza, tenacia e grinta e amore

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Giovanni Orlando

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