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Il piccolo giardino in Valle di Casìes

Dell’impianto di irrigazione e di un maggio che gli è corso dietro, con giugno e luglio e via siamo d’inverno!

M’ero ripromessa di annotare con maggior frequenza i progressi di primavera in giardino. Ma l’installazione di un impianto di irrigazione interrato (fai-da-te) ci ha portato via molti giorni. E tutto il resto che seguì, cioè  la messa in opera di torrette di approvvigionamento acqua ed elettricità, con tutto il circuito elettrico interrato in giardino, occupò molte fine di settimana: molti venerdì, e sabati e domeniche. E qualche lunedì mattina, pure.
E non solo di maggio o di giugno: i lavori fervevano già nell’incostante aprile, estivo di giorno, di notte gelivo. Con scarse pioggie, con terra velocemente in secca, vuoi per il drenaggio, indispensabile per favorire il disgelo, vuoi per il vento, per il sole.

Avevamo, fino ad allora, una centralina Toro e quattro circuiti mobili, collegati alle rispettive elettrovalvole, fissate ancora provvisoriamente.

valvole e tubi primo impianto _7001638 come oggetto avanzato-1

Nulla di interrato, solo tubi di gomma a vistose righe giallo-rosse in giro per il giardino, connessi a irrigatori Gardena e tubi neri, di gomma robusta, fissati alla recinzione o lasciati abbandonati sul terreno. Una presa per l’acqua soltanto, in un posto scomodissimo.
Tutto molto mobile, oltre che brutto, e, pure, ballerino. Noiosissimo tener dietro alla crescita dell’erba, rigogliosa che nemmeno in Irlanda, con le gomme e gli irrigatori dappertutto a intralciare.

L’uxoria fonte di manodopera – incaponita com’è proprio ai maschi – si ostinava a propormi l’impiego di un tubo gocciolante, sapete, uno di quei tubi percorsi da piccoli fori a distanze stabilite, senza minimamente tener presente la struttura del nostro giardino, che tutto è tranne che un disegno cartesiano abitato da piante militarizzate, rigidamente piazzate in linea retta.
Per giunta non sarebbe stato per nulla semplice, in questo modo,  gestire l’irrigazione di un giardino a terrazzamenti,  faticosamente ricavati, il cui epico lavoro illusterò in un altro post. Eccone uno qui sotto.

sogno l'estate

Il detto manovale ha pure elaborato una sua propria teoria di sapore rinascimentale, secondo cui l’acqua non scenderebbe verso il centro della terra, attratta dalla cospicua massa del pianeta, talvolta distratta da influssi lunari, bensì percorrerebbe, come dotata di spontanea sollecitudine, giusto giusto i tratti che la conducono alle piante delle mie aiuole, disposte, le une e le altre, in modo irregolare. Nel suo microcosmo provvidenziale un tubo ritimicamente forato a ogni magico intervallo di 40 centimetri, purché collegato all’impianto di casa, irrigherebbe non solo tutto il perimetro a siepe del giardino ma, pure, per il detto fenomeno di simpatia idraulica, i folti gruppi di crocus e scille, i muscari, le viole del pensiero, i trasognati narcisi, disposti più come pare a loro che com’è parso a me,

si si lo sappiamo: tra poco andremo a seme. Però saremo belli anche da secchi, care le nostre bianchine!

Avanti bambini, piccoli discoli! Tutti in classe ché vi si fa il ritratto

le bellis perennis, i phlox, le gypsophylla paniculata

comete nel cielo verde

e le altre piante disposte in prima fila, lungo i confini del reame, a congrua distanza dal pedale degli arbusti che ne seguono i margini, definiti da una bassa staccionata.

Per non dire delle aiuole più larghe, delle spinose berberis tra cui si propagano certi teatrali papaver.

papaveri a teatro

e ancora altre bulbose.

E siccome all’Aquaterm di Brunico ha trovato e trova solidarietà in un magazziniere maschio pure lui, abituato a padroneggiare giganteschi tubi di acquedotti e condotte fognarie, non c’è stato verso di impedirgli di comprare qualcosa come un matassone di 250 m. del detto tubo. In nome delle armonie prestabilite, si intende, tra l’ordine dei tubi dell’acqua e l’ordine vegetale del mio giardino.
Rigido, inflessibile, ingombrante e, non marginalmente, di costo pari a 60 (sessanta!) euro, il matassone è giunto a casa, e da me messo prontamente in mora. Però mica è un improvvido, il Nostro: fiancheggiato dal citato magazziniere, esperto in giardini quanto una bruna alpina di cruciverba in francese, aveva pensato a un doppio percorso di questo tubo. Pensate alla gimkana per farlo passare in doppio tra le centinaia di bulbi di narcisi, crocus, scille ed altri oriundi olandesi, pazientemente piantati, che da qualche anno si moltiplicano quatti quatti, sotto il controllo del felino di casa. E amici e rivali suoi. E non dico di interrarlo (il tubo!).

controllo di qualità

Ometto i commenti, naturalmente, della sottoscritta ma devo riportare, per chi avesse curiosità antropologiche, la reazione: minaccia di sciopero su tutta la linea giardino. Con pronta, mia, ritorsione su minaccia di sciopero su tutta la linea ufficio.

Con la pazienza di un innestatore di peonie moutan e di un coltivatore di bonsai, memore del gutta cavat lapidem, l’ho infine convinto alla soluzione degli irrigatori pop-up: ovvero di quei dispositivi ctoni che si animano con la pressione dell’acqua e che, ergendosi di una quindicina di centimetri, in opera, mirabilmente distribuiscono acqua a spruzzo per via di un accessorio regolabile sia nell’angolo che nell’altezza del getto. Perché germogliasse nella sua testa questa soluzione, la prima e unica sempre da me caldeggiata, oltre a quella di uno specifico circuito a spruzzini di fino, c’è voluta una settimana di persistente lavoro sulla dura madre uxoria, resistente molto di più che una roccia intrusiva. E non mi riferisco alla su’ mamma che con la dura madre del figlio ha sempre dovuto lottare.
Con un colpo di mano all’Aquaterm di Brunico, con grande gentilezza da parte loro, visto che lo scontrino era stato scientificamente disperso dal citato marito, ho pure potuto restituire il matassone duecentocinquantametrato, con accredito dei 60 euro, somma subito investita negli irrigatori pop-up.
Quanto al progetto, che avrebbe richiesto preliminarmente un manometro e relative misurazioni della pressione di acquedotto ad ore campione (oh, li ho letti i manuali, eh! Ho scaricato Gb di file pdf con l’indicazione di tutti i do e i do not, che credevate? :-D), noi si è stati sull’empirico e si sono collegati via via i singoli aspersori su ogni linea, valutando le aree irrigate ad ogni nuova aggiunta. Ai detti manuali in pdf piaceva molto l’idea di giardini con aree verdi da giocarci Juventus-Milan, ma da noi ci son più piante che steli d’erba, per di più disposte in quell’artificiosissimo modo che chiunque voglia farle sembrare accrocchi naturali ben conosce.
E’ così siamo arrivati ai limiti dei circuiti consentiti dalla preesistente centralina. Santa Internet mi soccorre e in un battibaleno trovo un’altra centralina della stessa serie a otto circuiti. Qualcuno, previa telefonata di controllo magazzino, viene spedito ai limiti occidentali della Statale Pusterese, nella “bassa”, dove i rigori dell’Hoch Pustertal sono sconosciuti, il paesaggio è ritmato da vigne e meleti, e qualcuno sa più di giardini irrigati che di vacche all’alpeggio. Il fidato messo torna con l’indispensabile dispositivo e si passa un tot di tempo a prender nota di fili elettrici colorati con matite colorate e numerini di valvole. Gran cosa averlo trovato, quel dispositivo, perché in questo modo non bisognerà ricollegare ex novo le quattro elettrovalvole in funzione ma basterà dirottarle sulla nuova, fiammante, centralina Toro, di cui già conosco ogni dettaglio di programmazione.
Si armeggia una buona oretta, intorno ai colorati cavi, per collegarli tutti. Soddisfatti per la riuscita dell’operazione, sollevata io pure ma, di peso, rimasta, com’ero,  bloccata in posizione china, su sgabellino. Gran cosa la posizione eretta per compiacersi dei propri dominii.

Ove ci si arrabbia col tempo e si riferisce su autosemina delle scille e semina del muscari armeniacum

oOOOhhh ancora il gelo anche stanotte

Cronaca del tempo: oggi, 5 maggio 2011, temperatura del mattino ore 8:00, – 3°C sul termometro di casa.
Aprendo le imposte poco prima, avevo adocchiato i capini affranti dei poveri Delphinium, quelli in potenza blu scurissimo, in posizione riparata, alti ormai di stelo una quarantina di centimetri. Pensando a una carenza d’acqua ero uscita subito per provvedere.
Tulipani Apricot Beauty ancora stupefatti, a bocca aperta.
Dal getto di irrigazione nemmeno una goccia: ahimé, l’ennesima gelata blocca la fuoriuscita dell’acqua.
Lettura del termometro per verificare l’ipotesi con la scienza. Conferma: avvilita, nonostante la giornata di sole e temperatura diurna apparentemente più che mite, mando qualche accidente alle escursioni termiche mentre constato che ci risiamo con l’estate di giorno e l’inverno di notte.
Evito di guardare la magnolia stellata immaginando gli straccetti ex fiori, sorpresi dalla gelata sprovvisti dei pellicciotti di protezione invernale.
Anzi la guardo. Che tristezza questa (s) fioritura beige-marroncino! Per giunta sullo sfondo di un prato più giallo che verde per via dell’onnipresente tarassaco in fiore. I miei sogni di biancheggianti, odorose fioriture su sfondo verde appassiscono in un fiat.

Per consolarmi, ma con scarsa fiducia, stamattina ho messo mano alle semine dei muscari armeniacum, ora in fine di fioritura. Semi lasciati maturare e raccolti lo scorso anno, mi pare senza pregiudizio per i bulbi. Promemoria: devo ricordarmi di raccogliere i semi di quei muscari salvati dall’angosciante cumulo del compost del vivaio.

si si lo sappiamo: tra poco andremo a seme. Però saremo belli anche da secchi, care le nostre bianchine!

Ne devo prendere nota per non scordarmente, e se qualcuno per caso mi leggesse salti tutto a pie’ pari: li ho piazzati ai piedi del malus lisette più esposto, sul davanti del muretto nei pressi del malus red jade (prima fila verso la valle), ai piedi del prunus serrulata royal burgundi, ad est tra le piante di fragola a fiori rosa, salvate dal mucchio del compost da obojes, ai piedi del prunus cerasifera nigra, tra gli altri muscari, in seconda fila rispetto ai crocus bianchi (e viola), ai piedi della rosa nevada, al confine del muretto di contenimento. Seminati in superficie, chissà. Pare ci vogliano un paio di anni per la formazione del bulbo.
Almeno secondo quanto leggo qui
propagazione: Tramite bulbi a fine autunno o semi a inizio primavera fine inverno. Si piantano i bulbi, alla profondità di circa 8 cm e spaziandoli di circa 10 cm. in zone ben esposte alla luce all’inizio dell’autunno. Dopo 2 anni è possibile effettuare la divisione in cespi o utilizzare i bulbilli per la propagazione. Dagli esemplari propagati per semina o tramite bulbilli, per ottenere una fioritura bisogna aspettare almeno 2 anni.
Oh, sono in debito con questo mio diario di una foto dei bellissimi portasemi dei muscari. Delicati gli steli in fiore e, liberati dei piccoli semi scuri scuri, affascinanti nelle loro trasparenze una volta secchi.

Dovevo qualche riga alle scille, e alla loro anarchica fertilità.

Ecco qui, per chi abbia voglia di osservare con calma, meglio se in grande, quasi tre generazioni di scilla siberica (o sibirica):

Gli stadi di Scilla: madri - quasi nonne -  figlioli e prossima generazione. Col concorso dell'ape, si intende!

Il fiore visitato dall’ape, in pieno fulgore, un calice appassito già fecondato, un portasemi a forma di lampione, ancora verde: una capsula che a maturazione, quando lo stelo, inclinandosi via via, si farà sempre più basso, si aprirà liberando i semi sul terreno.
E le piccole scilla: un esile foglia, si direbbe, qualcuna con il tegumento del seme ancora in forma, in testa a mo’ di cappellino.

In questa ripresa dell’autogestita nursery i dettagli si vedono meglio. 🙂

la nursery delle scille close up _7008035 come oggetto avanzato-1

Le scille sono in compagnia dei crocus bianchi, con cui quasi fioriscono in contemporanea, ai piedi dei cornus alba sibirica alcune ed altre ai piedi del malus John Downie: i piccoli semenzali precedono sia gli adulti che i crocus, mi chiedo quando saranno in grado di fiorire.

scille pettegole, crocus curiosi

Ove si desidera una serra per metterci dentro tutto il giardino.

da Obojes Valdàora Mittelolang, vista verso il Plan de Corones,  a comprare la magnolia stellata.

Caro diario (diario si fa per dire), rieccomi.
Perché del titolo: primavera di giorno ed inverno di notte, con temperature anche di – 7°C rilevate alle sette del mattino dal termometro appeso al muro sud di casa, e in posizione protetta. Che dire?

Imbestialita, imbufalita.

Per i seguenti non pochi motivi, da sussumersi alla voce “sorpresi da gelo e (leggera) brina” + “Inverno te possino”:

1) Malus John Downie con gemme schiuse e foglioline,
2) Malus Red Jade un po’ meno aperto ma con foglie visibili,
3) Prunus Padus con fiore chiuso già delineato,
4) Malus Lizette, in posizione più protetta, con gemme totalmente aperte, fiori in boccio e foglie, rosso scurissimo, neonate,
5) Prunus cerasifera nigra con boccioli a fiore in pre esplosione,
6) Malus Ballerina venuto dalla terrazza di Venezia l’anno scorso: brava piantina, molto prudente: gemme attendono tempi sicuri,
7) Prunus Serrulata Royal Burgundy: altra brava piantina molto avveduta: gemme chiuse, ancorché frementi,
8) Albicocco venostano, quasi appoggiato al muro a sud di casa: tre fiori sbocciati. Insetti non pervenuti: presumo per sciarpe, berretto e guanti precocemente riposti nell’armadio stagionale.

Dico niente dei getti delle rose Narrow Water, così laboriosamente protette l’inverno.
Un grandissimo nervoso per quella quindicina di giorni post disgelo, in Marzo, ad alte temperature, che ha ingannato le mie piante, ingenue e meno ingenue, salvo rare eccezioni.

radioso mattino con scille e papaver

Sapevo che il recalcitrante inverno avrebbe tentato una sortita: ma che fosse così infìdo non l’avrei immaginato: dapprima giornate calde, quasi estive: lavorando in giardino son diventata, in brevissimo, color berlusconi versione pezzato-muratore, e poi, improvvisamente, gelido vento, nevicata a pochi metri di altitudine rispetto a noi, freddi notturni in notti stellate, cielo si tocca, suolo gelato, erba crepita sotto i passi.
Fenomenologia della settimana scorsa: di primo mattino i narcisi più alti accasciati a terra, esanimi ma in ripresa qualche ora dopo; foglie delle iris rizomatose come imbalsamate, altrettanto quelle dei tulipani Apricot Beauty. Cristallizzate le viole del pensiero, di regola resistentissime, ridotte come decori di un pasticcere maldestro,

crudele gelo della notte

idem le fragole e i muscari, quelli di rinforzo, appena comprati, accasciate pure le bellis perennis, anche queste di rinforzo, bimbe provenienti dal detto vivaio assieme alle viole del pensiero, ai muscari e ad altre personalità di spicco nel mio giardino, come gli alti Delphinium, i Lupini, le Digitalis.

i contorni del gelo

Tutto cambia, fortunatamente, nello scorrere di poche ore e le dilette anime vegetative riprendono i sensi ai primi tepori del giorno, sorrette dai loro colori.

My name?Alice. Please to meet you here in Wonderland!

Ma non è consolante: per giorni ho imbacuccato il Malus John Downie, anzi notti, così come le rose Narrow Water e, pure, la Parkdirector Riggers. Col vento e da sola, il tessuto non tessuto che sventola come bandiera bianca/sciarpa di Isadora/mega pashmina impalpabile, è un gran casotto compiere questa operazione senza recare pregiudizio alle fragili gemme o alle foglioline appena venute alla luce. Stress sibila come il vento mentre m’industrio in questa operazione d’haute couture.

Così mi sono parzialmente consolata andando a fare un giro nel mio vivaio preferito: da Obojes a Valdàora, leggendario vivaio a quota proibitiva (1000 m. e a sbalzi climatici molto rischiosi).

Parzialmente, scrivevo, perché venivo informata delle gelate subite anche da loro: – 5° C mi diceva la signora Anna, rattristandosi con me per le piante rovinate e il danno subito.

Ma il vivaio, che bellezza quelle serre! Viole del pensiero, bellis perennis, le iris, i papaver orientalis e tutto quel ben di dio che i giardinieri chiamano erbacee perenni. Qui un minimo scorcio di un paio di bancali – tra gli infiniti – dedicati alle sole viole del pensiero.

a cercare le viole del pensiero da Obojes a Valdàora Mittelolang

E gli arbusti e gli alberi, appena tratti fuori dalle serre invernali. Una festa, insomma, nonostante le scaramucce del signor inverno in primavera.
Oh, non si creda che io sia una di quelle perdigiorno che si smarrisce nei vivai, eh! Da Obojes sono rigorosissima nel rispetto dei tempi: so quando arrivo, so quando riparto, ben oltre l’ora di chiusura, e ci vogliono, per indurmi a lasciare la postazione, non dico gli idranti ma quasi.

da obojes innaffia

Domani, mi riprometto, scriverò delle neonate Scilla siberica, di crocus, di viole del pensiero, di cui alcune sono sopravvissute all’inverno a – 30°C ed altre han fatto i piccoli, già in fiore ai primi tepori.
E dei bellissimi Tulipa pulchella, che ho provato a lasciare nel terreno con ottimo risultato!
Senza dimenticare le progenie dei lupini blu violetto della val Casìes.
E dei nuovi clienti nei ristorantini fly-in: i verdoni. E della cincia mora!

Quante cose! Mi sa che scriverò a rate altrimenti chi lavorerà al mio posto, in giardino, con tutto quel che c’è da fare?
Qualcuno, a onor del vero, si è offerto di scrivere per me.

Caro Amicio ti scrivo

Non molla la penna e fa risolutamente il pennuto, pare che intenda mimetizzarsi per aver buon gioco con quei nuovi ospiti del ristorantino fly-in di cui vorrebbe così tanto occuparsi. Personalmente, dice.

Dei miei lupini ornamentali: qualcuno in adozione, altri cuccioli, svezzati, e adulti.

al margine dei boschi, in riva ai ruscelli, sui pendii a lato delle strade, fin quasi all’asfalto quanti lupini, in estate, a colorare di blu la Valle di Casìes Gsiesertal!

Selvaggi e lussureggianti, a volte associati ad alte aquilegie dello stesso colore. Splendidi. Una tentazione. E una concessione, anzi tre.

Dopo non poche incertezze, infatti, il mio fazzoletto di giardino essendo situato in Val Casìes, mi sono (quasi) sentita legittimata a prelevare, lungo il torrente Pidig, tre piante munite di grossa zolla, estratta con due forche e grande attenzione a non danneggiare le profonde e carnose radici. E quelle del vicinato.
Da trapiantare immediatamente. Da irrigare con abbondanza (e qui sono in debito di ringraziamenti con la mia vicina Laura, che ha fatto loro da nurse durante le mie assenze).

Eccoli, immortalati nella tardiva, piovosa e ancora fredda estate del 2010, seguita a una primavera inesistente e a un lungo, lunghissimo inverno:

lupini blu_3009876-1 come oggetto avanzato-1

e qui

lupini blu e aquilegie _3009883-1 come oggetto avanzato-1

Non so se questi lupini siano protetti e vi invito a non estirparli se non siete nelle mie stesse condizioni: in possibilità di traslocarli, cioè, sempre in zona, e di trarli da terra al momento opportuno e con strumenti adatti.
(tardivamente ho controllato: non sono tra le piante protette nella provincia di Bolzano, ma per ogni pianta penso che valga quello che ho scritto sopra)
Il trasloco, e le cure di Laura e mie, hanno dato esiti imprevisti: questi selvaggi figli della valle, radicando nel terriccio soffice della mia aiuola, si son messi, dopo un momento di perplessità, a crescere e a sfornare spighe su spighe di bellissimi fiori. E a svilupparsi, del tutto inaspettatamente, di molto in altezza, coprendo ahimé un po’ troppo la visione della valle ed espandendosi, pure, a spese di qualche altra piantuzza che già colà dimorava.

Li ho detti blu ma in effetti il blu di questi fiori è più contiguo al violetto, con qualche tocco, interno al fiore, di magenta scuro.

A fine stagione ho raccolto i semi, maturi, e li ho riportati dove avevo preso le tre piante, sistemandoli con del terriccio buono. Una restituzione, insomma, per far pace col dio della valle.

Nel mio vivaio preferito ho invece comprato delle piantine di Lupinus Red Gallery, dalle spighe color rosso magenta. Si sono presto sviluppate e hanno fiorito a lungo, fino ai geli.
Ho sempre reciso le infiorescenze per evitare che la pianta si esaurisse nel montare a seme ma ne ho lasciata maturare qualcuna. E pensando ai selvatici cugini e alla possibile dissemina spontanea, ho lasciato nel gelo invernale i fusti, tagliati, con i semi maturi racchiusi nei tipici baccelli da leguminosa, qual è il lupino.
Al disgelo ho trovato, sotto lo strato di foglie di betulla messe a mo’ di pacciamatura sopra le piante, i semenzali pronti da ripichettare, ancora in parte all’interno del baccello in disfacimento.

lupini semenzali _7001905 come oggetto avanzato-1

Li ho raccolti con delicatezza, religiosamente, con il terriccio circostante,

nursery dei lupini_7001897 come oggetto avanzato-1

con gran circospezione ho liberato i cotiledoni, idratandoli con uno spruzzatore, dal tegumento secco di rivestimento, che li tratteneva uniti,

2 lupini ibridi red gallery al disgelo _7001904 come oggetto avanzato-1

e infine li ho invasati in un vasetto di torba ché solo quelli avevo.

lupini semenzali in vasetto _7001899-1 come oggetto avanzato-1

Non è necessario fare così: basta un vasetto normale oppure, se ne avete tanti, basta un incavo in quelle strutture di plastica leggera, in genere azzurre, che contengono uno per uno i frutti per la vendita, in cassette.
Come questa

lupini semenzali_7001915 come oggetto avanzato-1

Formano presto un pane radicale maneggevole per il trapianto a dimora, in piena terra.
Hanno radici carnose e profonde questi lupini e, come tutte le leguminose, fissano nel terreno l’azoto atmosferico, arricchendolo.

I genitori, nello stesso giorno, già esibivano le loro belle foglie, ancora giovanilmente rosseggianti.

1 lupini ibridi red gallery al disgelo _7001902 come oggetto avanzato-2

Fioriscono, generosi, lo stesso anno in cui sono stati seminati: le foglie, eleganti, sono splendide fin da quando la pianta si apre alla buona stagione. Sono particolarmente d’effetto se piantati in massa, e beati voi se avete un giardino in cui potervelo permettere!
Belli accostati alle rose, insieme ai papaver orientalis, agli alti delphinium, alle viole del pensiero in primo piano. Magari ton sur ton.
Se solo i papaver orientalis (quelli rosa di una varietà di cui al momento non ricordo il nome) si convincessero a non seccare orribilmente le foglie dopo la fioritura! Anche nel clima fresco di qua non desistono da questa tradizione, che credevo limitata alle più calde pianure.
A me piacciono molti visti dall’alto, questi lupini: io li ho piantati lungo il prato, declive, qualcuno quasi in primo piano, davanti ai cornus sibirica, altri, i più, vicino alle rose Narrow Water, Jasmina, e la profumata Falstaff (Austin), di cui compendiano le gradazioni dal rosa al magenta. Mi accompagnano da un terrazzamento all’altro.

l'autunno? sì, l'Autunno.

Con grande entusiasmo dei bombi, che al primo sole ci fan colazione.

bombo tra i lupini crop bombo _7002305 come oggetto avanzato-1

Certo sono piante da estati fresche, montane, e regalano emozione soprattutto al mattino, dopo le lievi brinate settembrine, che ai fiori nulla tolgono della loro bellezza.

luce di brina appena sciolta al primo sole

Anche nel loro declino.

gioielli nel gelo

Ho letto – non ricordo dove – che si suggerisce di vernalizzare il semi dei lupini, facendo loro passare un periodo invernale nel frigo di casa. Un mio amico ha semplicemente comprato una bustina di Lupini ibridi in miscuglio (varietà non specificate) e ha proceduto a una semina del tutto normale. Risultato: un profluvio di piantine.
Ma i miei, come vedete, si son vernalizzati da sé. Nel grembo di neve del mio giardino d’inverno.

PS Confesso: ne ho comprati ancora: tre varietà rosa/rosse, una gialla e un paio di blu.

L’inverno!

Così, con delle corvée paurose, ci eravamo infine attrezzati per proteggere le nostre rose più sensibili dai rigori invernali.
Ancora non sapevamo se la nostra soluzione avrebbe funzionato.
E l’inverno non è tardato

E so' indignato e vo affà er Walden nei boschi: questa intitola a "Il paese dalle ombre lunghe" e poi chiosa "con quell'ombra grassoccia lì in mezzo".

– e non ci dispiaceva punto: piantati in massa crocus e narcisi– mai abbastanza, avremmo considerato al debutto primaverile – riverniciate con l’impregnante (ad acqua) le mangiatoie per gli uccellini, comprate altre, fatte provviste di canederli di grasso e semi e di mangime, stipulati accordi di rientro serale col gattazzo sudtirolese, attendevamo che la neve imbiancasse in modo persistente il nostro giardino e il paesaggio intorno, rendendolo fiabesco.

Perché così è l’inverno, qui, alle prime avvisaglie.

aspettando il sole un martedì d'aprile

I cavallini Haflinger, a Durna in Selve – Durnwald,  dal lato opposto della valle.

Slitta? Non se ne parla nemmeno!

La chiesetta di fianco al maso.

una valle a nascondino

La strada dei taglialegna, verso il bosco.

verso il solstizio d'inverno

Il maso.

luce di neve la mattina al maso

L’incantevole signora, ladina, del maso.

dimmi di questa linea

Alberi.

ancora neve - fa un freddo becco

Tornata a casa, giusto per non congelare: ecco il cicaleccio (!) delle cincie, affezionate clienti della nostra mensa all season.
Non le vedete?  Cliccate qui.

il buongiorno della nuova stagione è un uccellino, anzi due!

E il severo guardiano dei castelli di rose, qualche tempo – e foglia – dopo, intento a vigilare fin dal mattino.

il guardiano dei castelli di rose

Oh, un guardiano da non contrariare, naturalmente.

Natura Selvaggia: Il puma delle nevi della Val Casìes

Capite cosa intenda.

Per la serie Natura Selvaggia Fratella presenta: il puma delle nevi della Val Casies: l'agguato.

Pure gli oggetti apparentemente inanimati sono a rischio.

'a sdraio tu m'hai provocato ...

Sono certa di averlo sentito parafrasare Alberto Sordi.
Sì, sì, ha detto: “‘a sdraio tu m’hai provocato!” prima di passare alla rappresaglia.
Assicuro i malpensanti che al massimo m’ero bevuta una sobria birra. E una grappetta sola. Alla genziana.

Nemmeno a stomaco vuoto.

Ora di sparecchiare

O era la volta del vino con le caldarroste?

Anzi Törggelen, su braci di tralci di vite, che un amico del trevigiano ci passa, assieme ai tutoli del granturco, eccezionali per far fuoco.

caldarroste, anzi Törggelen!!!

Pronte e fumanti.

pronte fumanti!

Tornando alle avvertenze: oltre a non irritare il feroce felino, dovreste guardarvi, mentre procedete nel bianco, dal calpestare l’irascibile spirito delle nevi. Vi potrebbe inghiottire in un sol boccone!

Help me! Ghost of Snows wants to eat me!!!

Inverno, e si capisce,  è anche nevicare. E uccelli da sfamare. Con regolarità, altrimenti non si dovrebbe iniziare ad alimentarli. Non è un gioco la sopravvivenza a -30° C.
Quando il gioco si fa duro – e la neve è alta, le gazze lasciano i prati e vengono più vicine alla casa, a pietire qualche seme.
Ecco, durante una nevicata, la gazza.
La gazza e la mangiatoia I tempo.

vengo anch'io!/no tu no!/e perché?/perché no!

La gazza e la mangiatoia II tempo

a winter guest

La gazza quasi contro la mangiatoia (III tempo)

Volo Bo(e)ing Style

Niente da fare: le getterò dei semi di girasole, che tuttavia scompariranno in breve sotto la neve.

Ma il passero, felice e contento del servizio, se ne esce di volata a chiamare gli amici.

cliente soddisfatto va a chiamare amici

In seguito avremmo tentato di escogitare una mangiatoia apposita, con più spazio tra l’appiglio e il recipiente del cibo, per consentire alle gazze di sorreggersi e di giungere ai semi, al coperto.
Fatta e montata, fu ignorata dalle gazze e grandemente apprezzata, oltre che da cinciallegre e cinciarelle, da un cardellino, visto proprio oggi mentre ci stazionava per un pezzo, scofanandosi, con manifesto entusiasmo, i semi di girasole.

E a proposito dell’oggi: prometto solennemente che dal prossimo post si inaugurerà la (qui tardiva) primavera! Via libera a crocus, scille siberiche, narcisi precoci. E qualche piantina di nuovo acquisto a dare un tocco di colore. O a promettere dolci lamponi a settembre.