tutti a stenderci per prati e giardini, per fermare la luce che attraversa i crocus, noi flickeriani.
Io, più comodamente, mi sono stesa qua e là per il giardino, con la mia fiammante Nikon, a provare obiettivi.
Fino a quando si è levato un vento così freddo e il sole se n’è andato: allora ho desistito e sono tornata in casa.
In compagnia di un’ostinata cefalea e la schiena a pezzi.
Domenica non memorabile se non per la felicità di inattese resurrezioni, come quella dell’armeria maritima, di certe bellissime euforbie, di un tale chrisantemum di cui non ricordo che lo splendido colore, rosso rubino.
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Il piccolo giardino in Valle di Casìes
respiri di una mattina di marzo
respiri di una mattina di marzo, inserito originariamente da fratella.
ieri – venerdì – crollati chi in branda chi su una poltrona a sonnecchiare dopo una giornata frenetica, si pensava d’esser troppo stanchi per venire qui.
Ma a notte tarda la riscossa: sistemate ad occhi chiusi in macchina le masserizie solite, ustionati dal caffè bevuto quasi ancora nella macchinetta, dalla città addormentata e nebbiosa si parte per la Valle di Casìes.
Diàmine: in due ore si sarebbe lì, sotto il piumino, pronti per un bel sonno e il mattino si sarebbe pronti a lumare i crocus e chissà cos’altro la ritrosa primavera avrebbe offerto.
Nebbia leggera in banchi, lungo il primo tratto: strada noiosa e lucente per la pioggia. Anzi per la grandine, che attraversiamo perplessi formulando scongiuri per gli agricoltori.
E poi, più su in Cadore, l’incanto: basse nubi filanti, in transito e in evoluzione, illuminate, nel cielo altrove terso, dal chiarore di una luna quasi piena. E le montagne, le Dolomiti più belle, bianche di una neve appena scesa.
Così tutto il Cadore e poi, dopo Cortina – una lepre marzolina procede per qualche tempo con noi lungo la strada – il bosco fatato e luminoso di neve e di luna.
Alle tre di notte, arrivati a casa, esco con la fida pila sul prato nostro: poca neve gelata a marezzare l’erba, d’intorno i boschi e il paesaggio scintillante, il cielo terso e stellato. “Domani chissà che giornata” mi dico prima di scivolare nel sonno.
Domani, oggi, è questo volo di rondine, il crocus bianco, la neve che evapora dai pascoli.

vola la gazza verso il bosco ed io
vola la gazza nel bianco, inserito originariamente da fratella.
indago curiosa il gelo, quelle trame sottili sottostanti, ciò che vi affiora
Van fissate in tempo le orditure sotto il mantello invernale e la neve, ghiacciata, in cristalli sfavillanti
tra cui occhieggia qualche timido crocus
E nostalgia, voglia di primavera, mi portano a cercare in quei sussidi di memoria, nei byte del nostro compagno più intimo, che – sperando che non mi legga chi ho sposato – è il notebook con cui scrivo 🙂
Ecco dunque i crocus, botanici, piantati nel settembre di due anni fa al pedale dei ribes, ed in fiore nell’aprile dello scorso anno, i primi giorni, nella luce radente del mattino.
Crocus quasi nidiacei: affamati, canterini.
Fioriranno ad aprile? Prima?
Torno al presente con i papaver orientalis, robusti sfidanti dell’inverno
I corvi si affaccendano, giù nel prato, attorno a una traccia di talpa e una zolla affiorante
La temperatura scende, è tempo di rientrare. Buona notte, mio giardino, buona notte amica Valle di Casìes.
rondini, farfalle, protezioni e pacciamature invernali
Ieri, 23 marzo, a suolo ancora gelato, le abbiamo rimosse. Le protezioni invernali, intendo. Non la pacciamatura tutta ma le ramaglie di abete e pino mugo. Non so se siano state una grande idea: che riparino dai venti è un pregio, ma che generino ombra sul suolo e che ne ostacolino il riscaldamento e lo sgelo mi sa che sia una possibilità molto probabile, e da verificare. Del resto anche Markus Obojes, che me ne aveva parlato come di accorgimento locale, dubitava della loro utilità.
Anche se la maggior parte della valle è innevata e i corvi sbìsigano qua e là seguendo le tracce smosse delle talpe, il tempo volge al bello: le gazze continuano ad apprezzare i semi di girasole e sono apparse le farfalle e le rondini.
La neve si è sciolta sul nostro prato e da qualche giorno narcisi e crocus e certi tulipani (Apricot Beauty?) – ai piedi del Prunus Padus – affiorano in piccoli gruppi. Di quelli naturalizzati nel prato nessuna traccia.
Api se ne vedevano anche la settimana scorsa: un po’ stordite.
Tra i sopravvissuti accertati: molte delle rose, tra cui l’ottima Nevada, le aquilegie, le euforbie, le veroniche, i papaver orientalis, i gerani piantati due anni fa, i lupini rossi, i sedum, che impazzano, i semprevivi – è chiaro – e forse gli imprudenti narcisi germogliati in novembre.
Dovrò inserire qui qualche foto.
Anzi, le aggiungerò al post di domani.
ove si spera di non ritrarre più nevi ghiacciate e foglie imprigionate. E che i lucherini tornino ai loro nidi, sui pini in alto in alto
l’inverno nel mio cuore, inserito originariamente da fratella.













